9 febbraio 2010

Appunti di dialogo interzodiacale

Dibattito sulle caratteristiche tipiche dell’Acquario da parte di una Vergine.
Vergine: “Si capisce che noi della Vergine non possiamo andare d’accordo con voi Acquario: avete delle regole e abitudini di vita tutte vostre che non sono facilmente compatibili con le nostre.”
Acquario: “Bof… Regole… Se proprio dobbiamo parlare di regole… In realtà è la Vergine che a tutti costi deve sempre pensare alle regole e alle precisazioni. L’Acquario sta bene nel mondo suo, si fa sostanzialmente i fatti suoi e non va a rompere l’anima al prossimo”.
Vergine: “Ma insomma ma come fai a non pensare a delle regole, a dei modi di comportamento, ci sono per forza, è così! Come fai altrimenti? Eh? Vivi nell’anarchia? Pianifichi a braccio? Eh?”
Acquario: “Appunto.”

8 febbraio 2010

Polverose memorie: le foto

Dopo l’ultimo post, ho pensato che fosse meglio mostrare qualche testimonianza degli oggetti citati. Purtroppo molti sono stati eliminati, per fare spazio, perché non si può tenere tutto, perché qualcosa deve pur passare. Così sono state eliminate pagelle in stile liberty, bambole di bakelite, molto vecchie e molto polverose, in realtà, e forse anche qualche camicia.

Questo è quello che è sopravvissuto, e chissà che un prossimo giro non contenga altre immagini! Altre sono comunque reperibili sulla pagina di flickr meno ufficiale, http://www.flickr.com/photos/kia_storm/.

Buon divertimento!

25 gennaio 2010

Polverose memorie

I post enigmatici sono una cosa divertente, ma solo fino ad un certo punto. La libertà di poter dire, scrivere, urlare quello che si vuole non dovrebbe lasciare spazio al narcisismo oltre un certo limite: si dovrebbe quanto meno garantire al lettore una conoscenza soddisfacente dell’argomento, un’illustrazione accettabile di ogni aspetto per ben dipingere la situazione e le emozioni a cui si fa riferimento. Altrimenti è uno sfoggio gratuito di narcisismo, solo un insistere vano e barocco sul proprio bisogno di uditorio. Quindi, proviamo a procedere con ordine, dal momento che siam qui.

Inutile dirlo, c’è stato un lutto nella mia famiglia, sarà chiaro dall’ultimo post, forse ancora troppo vicino al fatto. Ero probabilmente ancora in piena fase della demartiniana crisi della presenza, tanto che ho affermato che la memoria non conta nulla, non ha alcun senso: lo ammetto, intendevo proprio dire che non ha alcun ruolo nel determinare la persona nel suo vivere quotidiano. Pur essendo convinta che dalla memoria di famiglia, della propria storia, non si debba essere troppo influenzati, è certamente inevitabile l’impronta che un determinato passato ha sulla nostra esistenza almeno presente, e la memoria ne è la sua manifestazione, per quanto impercettibile, suscettibile di variazioni involontarie e non definibile scientificamente in modo definitivo essa sia.

Certo, la memoria ha un suo ruolo, ammettiamolo. Ma ogni cosa necessita del suo tempo.

Così da qualche settimana sono impegnata con mia madre nell’opera di svuotamento della casa in cui viveva questo famigliare ormai solo, dopo una vita passata in compagnia di una famiglia assai numerosa,  nel tempo estinta, e di molti affettuosi felini. La casa raccoglie circa 60 anni di vita vissuta, e altri decenni di vite trascorse altrove precedentemente. Ogni mobile, ogni angolo di quella casa (150 metri quadri, per essere onesti), ogni cassapanca, ogni armadio trabocca di carte, disegni, fotografie, abiti, documenti, libri, riviste, provenienti da diverse epoche, del giro di 100 anni, infine. Ecco svelato la natura di quegli oggetti che scrivo passarmi tra le mani ultimamente. Ecco svelato quel senso di rifiuto iniziale, che ora ho agilmente barattato con un senso del dovere e fatica fisica nell’aiutare mia madre.

Ecco che mi sono venuti in mano abitini di bambini, copribustini di seta, bambole, vestiti di bambole, scampoli di stoffe, fotografie di tantissime epoche, documenti… Per esempio, da uno scaffale prossimo al soffitto mi è arrivata tra le mani la pagella fascista di fine anni ‘30 di mia nonna: Canto, educazione fisica, religione e… “Lavori donneschi e femminili”. Sissignori, ho scritto “donneschi”. Chi ha la mia età pressapoco, non può non pensare a Corrado Guzzanti e al suo “Fascisti su marte“, film satirico nel quale il linguaggio è specificatamente ripreso da cinegiornali e annunci dell’epoca e in cui “donneschi” compare in più occasioni. Inutile sorridere quindi, leggendo “donneschi”! Purtroppo il sorriso dura poco: questo è il nostro passato recente, questo è la vita dei nostri nonni, e sappiamo che cosa è stato un regime. Il donnesco rientra tranquillamente nel linguaggio e nella memoria di queste persone.

Forse il ruolo della nostra memoria allora è davvero forte, allora è davvero importante riuscire a capirne il senso, a rielaborarlo, a non farselo sfuggire: un sano dubbio critico, una riflessione sul nostro passato, non è quindi facile da evitare. Tuttavia mi chiedo: cosa posso fare io di questo “donneschi”, se per me non costituisce alcuna memoria? Io rido, seppur amaramente, perché penso al film e razionalmente so cosa intende fare quel film, lo apprezzo anche moltissimo per questo. Ma non è la mia memoria. Non è il mio vissuto, è solo un ragionamento postumo, in fondo inconsapevole. Perdo quindi in forza? Ho quindi un vissuto diverso per questo? Devo rinunciare alla forza della mia critica per questo? Io non credo. Per quello che studio forse non dovrei dare giudizi, ma è impossibile restare sempre neutrali, o per lo meno ancora alla mia età, su questo passato! Quindi penso mi terrò stretta quella pagella, me la studierò con passione e ne parlerò finché potrò.

“Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia” ha scritto Cesare Pavese, e alcuni anni fa è stato anche un tema della maturità… nel 1996. Chissà cosa scriverebbero gli studenti se venisse riproposto oggi.

7 gennaio 2010

Convenzionalità o maturità?

Cos’è maturità?
Cos’è crescere e definirsi adulti? Cos’è il perdere fanciullezza ed innocenza? E’ qualcosa che si acquista con l’età, prescindendo dalle esperienze concrete? Sono le esperienze concrete a plasmare le personalità in un determinato modo? E quanto le personalità si lasciano davvero plasmare?
Cos’è “Essere adulti”? E’ rispondere con saggezza a quesiti importanti? E’ poter dire “ai miei tempi”, “dieci anni fa”, “Guarda come passa il tempo”? E’ forse la conoscenza degli obblighi invisibili che la società circostante richiede, soddisfare convenzioni e regole non scritte con prontezza e abilità? E’ la capacità di prendere decisioni sulla base di ponderazioni compiute in un tempo antecedente? E’ il potersi prendere cura di un altro essere, comprendendo la necessità di mettere in secondo piano le nostre personali esigenze?
Quello che facciamo tutti noi “istintivamente” quando rispondiamo agli stimoli esterni che parlano il nostro linguaggio, è crescere e fare esperienza? A me pare semplicemente un accumulo di polvere. Che senso ha tenere oggetti, scattare fotografie a persone, riguardarle dopo anni? Che sensazione, quale stimolo chimico si pensa si debba produrre nel corpo di chi ritrova alcuni oggetti appartenuti a persone defunte? Perché si conserva tutto? Perché più stringo oggetti come questi meno mi sembra di capire? Il tempo mi scorre tra le dita con la stessa enigmaticità che incontro toccando questi oggetti. Gli oggetti: perché lasciamo che  continuino a esistere anche dopo che hanno cessato di significare? Non c’è un perché, a mio parere: non c’è un’evoluzione di significati. Non c’è senso nell’usare la parola “memoria”. C’è piuttosto la scomparsa totale di senso, unita alla nostra necessità pratica di farne scomparire l’esistenza.
L’immagine della tristezza e della futilità non potrebbe essere meglio espressa che da un oggetto che sopravvive, ridotto ormai ad una materialità fredda e vuota, e la cui anima è persa per sempre.
Non so andare oltre. Mi limito ai punti interrogativi di primo pensiero, e mi perdo nella polvere.

23 dicembre 2009

Gibbosità

Gibbosità.
Quelle cose di cui pensi di poter fare a meno e che in fondo sai che rimarranno sempre vitali. Quei momenti che vuoi ignorare, quelle sensazioni che vuoi affossare, quelle situazioni scomode che vorresti tanto evitare, e che invece prima o poi si ripresentato tutti, perché come dice anche Freud, quello che fai uscire dalla porta rientra dalla finestra.
Quelle che in alcuni casi, per citare ora Homer Simpson, sono un po’ delle gibbosità.
Oggi sono quelle occasioni che ti riportano al tuo vero carattere, alla tua vera indole, alla tua vera molla emotiva, come quella che alcuni chiamano il “cambiare le cose dall’interno”, domani è uno sguardo, un profumo nuovo, una scintilla inaspettata che ti coglie nella quotidianità e che non può proprio lasciarti indifferente.
Oggi insomma, è la mia voglia di mettere mano ad una situazione, un’azione che in fondo è anche civile e culturale: ovvero qualificare le competenze di chi studia antropologia. Non sono certamente l’unica a volerlo fare, né tanto meno la più brava. Mi limito a fare da trait d’union.
Domani, invece, è il dubbio instillato da una vera scintilla, recentissima e inaspettata, che ciò che per mesi ho cercato di ignorare prima o poi mi si ripresenterà alla porta. Prima o poi dovrò venire a patti con la mia esistenza in solitaria: chissà come e chissà quando. Chissà inoltre se sono le maledette festività di natale a farmelo pensare, anzi, quasi certamente lo sono. Tuttavia la certezza gelida che certe donne siano destinate loro malgrado a non trovare mai la pace della compagnia, inizia a vacillare. Purtroppo a volte la vita non lascia scelta o scampo. Altre volte però riserva sorprese inaspettate: se unisco le conferme  ricevute alle esperienze, ne ottengo una forza inaspettata, e una diversa predisposizione al mondo e all’interiore.
Predisporsi ad accettare le proprie gibbosità sarà forse il modo per curarle, è lecito pensare. Fosse così facile, dico io! Perché dal fallimento di un tentativo di accettazione, nascono altre gibbosità, forti e dure come zucche mature.
E finché la zucca non mi cade sulla testa, difficilmente il coraggio per compromettermi lo troverò.

14 dicembre 2009

Langa

Langhe del mio cuore: anni fa ci passavo con un amore, ci sono tornata per altri motivi, per altri affetti e per altrui cuori. Spezzati, per altro.

Le langhe ciclicamente tornano, e torneranno altre volte, certamente. Chi le conosce non le abbandona mai più, e dopo le parole di Pavese, non ce ne sono altre con cui giocare così abilmente.

In alto quindi i cuori e i sorrisi… anche se da festeggiare ultimamente non c’è molto, in chi mi cerca. Ultimamente sono diventata un porto di mare di sentimenti. Capita a tutti, nell’arco della propria vita, di dare e ricevere aiuto e sostegno, è normale. Ma quello che si sta concentrando intorno a me ha dell’eccezionale: non che io sia più di altri, saggia amica o altro, credo che sia nella normalità delle cose. Certo è che diverse anime ruotano intorno alla mia casa torinese: chi cerca una parola, un consiglio, chi ha voglia di evadere dalla noia e dal tedio quotidiano… Dal lavoro alle amicizie, all’amore e ai genitori, tutto costituisce un valido motivo per bussare a questa porta. Porta che in fondo ha imparato a dischiudere mondi caleidoscopici, in cui ciascuno pensa di trovare il suo posto, effimeri come le forme negli specchi e per questo tanto amati.

Questa mattina ho aperto la finestra della stanza dove dormivo, stanza d’altri tempi e d’altri modi, e questo era il paesaggio che vedevo. Il fiato, ovviamente, era ben visibile come ovunque in queste mattine d’inverno, ma il freddo e il suo odore erano fuori dal comune, e restituivano nuova immagine al mio vivere.

C’è in tutti noi un sottile bisogno di freddo, di ghiaccio, c’è bisogno del gelo che penetra nelle ossa e rinvigorisce. Il torpore del sonno, delle illusioni, le tristezze, gli indugi, i rifugi emotivi e gli alibi possono essere spezzati solo da questo freddo, penetrante e profumato. Non importa la nebbia, non importano il fumo e l’indefinito, fanno parte della vita. Ma il profumo della neve e del ghiaccio, del vento che suona il silenzio nella valle e nelle sottili vite di campi e corti è vitale come acqua.

Non lo sospettavo, ma avevo bisogno di questa lama di ghiaccio sulla pelle, per capire il vero valore delle cose, delle esistenze e delle parole.

Mi auguro che anche chi cerchi ora in me consiglio possa averne colto il profumo e chissà che un giorno sentendo un profumo simile non trovi la sua ragione.

19 settembre 2009

Se penso a Peter Pan…

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Ci sono mattine in cui tutto parte storto.
Ci sono mattine in cui ci si spruzza il dentifricio sul naso per la fretta. Mattine in cui appena si entra in macchina si prende un colpo alla schiena senza capirne la dinamica. Mattine in cui la pioggia penetra anche dentro la borsa.
Ci sono giorni in cui anche le stoviglie decidono di dotarsi di una propria capacità contro-egemonica, attuando l’attacco caduta in massa contro l’odiato padrone oppressore. Ci sono giorni in cui nemmeno il gatto ha voglia di starci vicino perché emaniamo uno spiacevole senso di disordine e un terribile odore di inadeguatezza che proprio non può sopportare.
Giorni in cui nemmeno il ristorante cinese sottocasa può venire incontro allo sfizio chiamato appetito, magari perché l’ultima volta ci ha provocato un vago senso di gastrite per ben tre giorni.
Ci sono giorni in cui il desiderio principale è quello di tornare bambini perché in fondo da bambini… In fondo, si. In fondo…
Si forse molto in fondo.
Molto molto in fondo si stava bene, dai: il mangiare preparato dalla mamma, che però pretendeva che mangiassi quelle bistecche insulse e dure (il mio gatto Bogiogno ancora dalla tomba manda miagolii di approvazione), in fondo anche le compagne…

in fondo…

No, in fondo diciamolo: non ho mai sopportato nessuno. Nessuno! L’unica persona che ho veramente sopportato è stata quella dolce bimba bionda con gli occhi azzurri di nome Francesca, che a 7 anni è dovuta tornare a Trapani a causa del lavoro di papà. Nessuno l’ha mai sostituita nel mio cuore. E chissà perchè poi è stato così, chissà per quale contorto motivo infantile, non mi è ancora dato di capirlo.
In fondo da bambini non si sta bene. In fondo c’è pieno di pensieri: i compagni dell’asilo che ti prendono in giro, la voglia di trovare quelli giusti, sopportare il cibo della mensa, sopportare quelle recite assurde con quei vestiti assurdi… Vi pare logico ad una bimba di 4, 5 anni (non ricordo bene) far fare il ruolo di marinaretto? Ma che, creiamo confusione così subito e gratuitamente? Oltretutto la mia aula era quella azzurra. Ah beh, non stupitevi se poi per carnevale non mi vesto da principessa ma da pony! (Sigismondo per favore non ricominciare, stai buonino lì nel cantuccio dove ti ho infilato. Altrimenti riprendo in mano le favole yddish sulla yddish mame e ti distruggo).
In fondo vivere da bambini non è per nulla roseo.
In fondo, mi va bene anche spruzzarmi il dentifricio sul naso al mattino mentre corro al tirocinio o in università. Mi va bene crescere, mi va bene avere fretta. Mi sta anche bene che il mio gatto mi giri alla larga.
Pur di non farmi ritrovare la maestra di matematica e l’istruttrice di pattinaggio, il costume da mini pony e la maglia a righe con l’àncora cucita sopra, la minestra della mensa e le spremute di verdure di una madre disperata con la figlia inappetente, sono disposta anche a farmi assalire da un’orda di scolapasta bolscevichi e incazzati.

5 settembre 2009

Un pensiero da Eric Hobsbawn ad Antonio “Nino” Gramsci

Mai pensieri e parole furono più chiari, appassionati e piacevoli, e detti da fonte così autorevole!
Sono le parole di chi studia gli scritti di Antonio Gramsci, per un’intera vita, e alla fine sente in qualche modo di essere in contatto con lui, di partecipare alle sue sofferenze e preoccupazioni, e di stupirsi però di tutti gli insegnamenti che continua a dare. Ogni volta che si legge una pagina dei Quaderni è un mondo che si apre, ogni volta che si legge una lettera a casa, a Palmiro Togliatti o ai compagni, è sempre un approfondimento in più. E’ un senso di vicinanza che si prende la libertà di rivolgersi a lui come “Nino”, affettuosamente, come i suoi familiari più stretti facevano, ma solo per dimostrargli il proprio sostegno, non certo per volersi per forza mettere sul suo livello o peggio ancora sminuirne il valore. E’ per discutere, è per connotare una parola con la voglia fortissima di tornare indietro nel tempo e combattere per lui, per fargli sentire l’affetto, il sostegno, la presenza, troppe volte assenti o tutti nelle mani della sola Tania Schucht.
Chi lo studia e lo rilegge, non può fare a meno di immaginare lunghe passeggiate nella sua Torino a parlare, discutere, del passato, del presente, di storia, di politica, ma anche di musica, di teatro, di recensioni, di cronache teatrali, del suo Verdi e del suo Wagner eseguito da Toscanini. Non si può fare a meno di interrogarlo su questo o su quell’evento in particolare, ascoltare in silenzio cosa ne pensa, provare a controbattere ma alla fine tacere di fronte alla sua analisi.
Penso che chi lo studi veramente provi un leggero fastidio a sentire tutte le cicliche riletture di opportunità di poche frasi e passi estrapolati dai suoi scritti. Riletture da intervista sui quotidiani che durano il tempo di una campagna elettorale, una stagione congressuale e poi scompaiono sotto il tappeto.
Quello che si può fare da qui in poi è continuare a leggere e studiare ogni suo scritto, ogni sua recensione, ogni sua riflessione, seguirlo passo passo nelle sue parole e lavorare, produrre scrivere ancora oggi seguendo le sue indicazioni. La concezione di studio che ha dato vita ai Quaderni è la stessa che dovrebbe condurre il lavoro di ogni intellettuale: «far qualcosa für ewig”», di lavorare «da un punto di vista “disinteressato”» (spiegazione contenuta nelle lettere).
Scrive a questo proposito Massimiliano Biscuso nell’articolo “Rileggere Americanismo e fordismo oggi”:

Scrivere “für ewig” significa non esaurire la funzione della scrittura nella immediata contingenza della lotta politica, ma affrontare con tutta l’ampiezza concessa dalle condizioni della vita carceraria – certo non molta – e con la radicalità necessaria gli argomenti di maggior interesse per intendere il presente; essere “disinteressato” non significa affatto rivendicare un’astratta neutralità alla ricerca, ma assumere un atteggiamento scientifico nell’analisi, senza aderire a punti di vista preconcetti, fare proprio un’abito “spinoziano” teso alla comprensione intellettuale piuttosto che alla condanna, alla irrisione o alla invettiva moralistica.

Un caro affettuoso pensiero quindi a Nino e di nuovo sui libri a studiare!

13 agosto 2009

Avviso ai pesciolini rossi, naviganti.

Cosa siamo, infine? Siamo quello che ci comunicano i nostri genitori, il nostro nucleo familiare? Siamo quello che la rete che viviamo dall’infanzia ci restituisce di noi? La rete familiare, la rete della comunità in cui viviamo, come la scuola, i luoghi religiosi (quando ci sono), lo sport..? Il “me stesso” è una somma di quello che crescendo prendiamo dalle nostre relazioni? Ciò che rielaboriamo, ovvero lo scarto tra la visione altrui di noi e il nostro stesso istinto, esiste davvero?
Istintivamente sento che questo potrebbe essere una gabbia, più che una rete di relazioni che arricchisce. Sono una sociopatica se lo penso? Penso, a mia discolpa, certo, che la cosa sia più sottile. Si tratta di punti di vista. Posso pure capire che ognuno abbia il suo, perciò qualche volta mi piacerebbe che anche altri usassero la stessa accortezza anche con me.
Ecco cosa intendo per reti che finiscono per essere vischiose ragnatele.
Il risultato estremo, d’altronde, è l’individuazione del capro espiatorio, e quando si arriva a quel punto non c’è davvero più niente da fare.
E che c’entra in tutto questo la famiglia? C’entra eccome: quando non è dalla parte del capro espiatorio (giusto perché magari è una infelice tradizione di famiglia), è dalla parte dell’indice accusatore.
Può anche capitare, in un eccesso di ossimorico e ironico destino, di vivere  a contatto con entrambe le fazioni. Magari non è palese, magari la distinzione non è così netta, magari ogni giorno si negozia un criterio giudizio sulle basi dell’andamento umorale dei vari componenti, certo. Qualche volta certi improvvisi psicodrammi stravolgono implicitamente le parti. Ma così è, e l’intrico è quindi anche più complesso.
La consapevolezza rende più vicini alla rottura di questa vischiosità? Si fa prima a osservare dentro una sfera di cristallo, a mio parere. Se c’è un tenero pesciolino rosso, c’è anche la risposta.

31 luglio 2009

“Sguardo sui Balcani. Nuove prospettive di studio”

Dal 22 al 26 luglio ho partecipato ad un Seminario internazionale sui Balcani. Questo è il resoconto richiestomi e gentilmente pubblicato sul sito di Paralleli, Istituto Euromediterraneo per il Nord Ovest, Torino.

http://paralleli.org/news_dettaglio.php?id=88&a=1

Dal 22 al 26 di luglio si è svolto a Lorica (Cs), nel Parco Nazionale della Sila, un seminario internazionale promosso dall’associazione Altrosud nell’ambito della più ampia iniziativa “SilaInFesta”, in intesa con il Dipartimento di Storia delle Arti, Musica e Spettacolo dell’Università di Milano e il Dipartimento di Linguistica dell’Università della Calabria.

L’affascinante paesaggio della montagna silana ha ospitato per cinque giorni studenti provenienti da diversi atenei, tra cui Milano, Torino, Bologna e Cosenza, giunti per ascoltare gli studi presentati da autorevoli docenti di livello internazionale. Si sono alternati l’etnolinguista Victor Freedman (Università di Chicago), l’etnomusicologo Martin Stokes (Università di Oxford), tra i massimi esperti di repertori musicali in area medio-orientale e turca in particola-re, l’etnografo Alexander Novik, direttore del Dipartimento di Studi Europei del Kunstkamera di S. Pietroburgo, il museo fondato da Pietro il Grande nel ‘700. Presenti anche Nicola Saldaferri (Università di Milano), Nico Staiti (Uni-versità di Bologna) – entrambi etnomusicologi e autori tra l’altro di numerose ricerche sul campo tra i rom della Serbia e del Kosovo e sul canto epico in Albania e Macedonia – , Francesco Altimari (Università della Calabria) e Matteo Mandalà (Università di Palermo), storici di lingua e letteratura albanese.
La multidisciplinarietà tra aree geografiche e didattiche è stata il principale motivo conduttore di tutte le attività, per cui docenti e partecipanti hanno po-tuto confrontarsi e discutere di questioni specifiche del contesto balcanico contemporaneo: i repertori musicali dell’area turca tra tradizione e contemporaneità, la nascita delle letterature nazionali nei Balcani e le implicazioni con la penetrazione del concetto di nazionalismo, il legame tra lo sviluppo delle lingue parlate e l’ideologia sottostante certe dinamiche linguistiche, la controversa invenzione della tradizione nell’epica dei Balcani in connessione agli studi contemporanei di canti formulari in area albanese, le questioni di genere e marginalità tra i rom Aska dell’area kosovara, il confronto fra le due sponde del Mediterraneo, con le espressioni linguistiche e musicali tipiche dell’area arbëreshë.

Queste sono alcune delle tematiche affrontate nel corso delle mattinate di studio. I pomeriggi e le serate sono stati invece occupati da numerose attività collaterali: l’inaugurazione della mostra “Kosovo, incertezze e sogni”, con le fotografie di Ignacio Maria Coccia, numerose proiezioni tra cui il film di Adela Peeva “Whose is this song” (“Di chi è questo canto”) del 2003, in cui la regista bulgara mostra come una stessa canzone sia oggi in grado di attraversare gran parte dell’area balcanica senza per questo costituire strumento di condivisio-ne, bensì di ulteriore divisione, fino al conflitto aperto, in relazione alla pater-nità del testo. Inoltre sono state dedicate due serate a performance musicali,  rea tutte le musiche tradizionali della Serbia e della Grecia con Kristina Mirkovic, Alexandra Nikolskaya, Massimo Latronico e Raffaele Kohler.

A un occhio particolarmente attento potrebbe non sfuggire l’assenza di stu-diosi provenienti dall’area balcanica, a favore piuttosto di uno sguardo “altro”, questione sollevata da alcuni studenti nel corso delle discussioni. I promotori del seminario hanno spiegato che in fase di preparazione la scelta non è stata semplice, ma le frammentazioni balcaniche e il conflitto tra nazionalismi non sono realtà solo militari, della vita quotidiana nei poveri villaggi di frontiera, degli scontri tra organi politici, ma sono altresì profondamente pe-netrati anche a livello intellettuale, tali da creare forti tensioni durante i con-fronti di natura accademica.
Il seminario, realizzato con il coordinamento scientifico di Francesco Altimari e Nicola Scaldaferri, sarà quasi certamente riproposto negli anni futuri, tenuto anche conto degli ottimi risultati che partecipanti e organizzatori hanno concordemente riscontrato, così che possa diventare un riferimento costante sia per la realtà locale che per gli studenti interessati. L’iniziativa infatti ricade nel programma nazionale “La rete dei festival aperta ai giovani” promosso dal Ministero della Gioventù e dall’Anci, e ciò permette di mettere a disposizione degli studenti borse di studio per la copertura parziale dei costi di vitto e alloggio.

Chiara Loschi